Sabato mattina ero a Parco Lambro per la solita sgambata outdoor del week end. Durante la settimana trovo difficile uscire e preferisco infilare qualche chilometro tra un allenamento e l’altro in palestra. Inutile stare a dire quanto le due cose siano diverse. In ogni senso.
Come per tutti i runners, la sacralità che viene attribuita all’evento dell’uscita per strada è direttamente proporzionale allo stato di forma che si pensa di avere, alla voglia e alla miriade di altre variabili che influenzano il nostro rendimento fisico. La comune tendenza è quella di cercare, in tutti i modi, nelle ore precedenti l’allenamento, di tener sotto controllo, nel limite del possibile, le diverse occorrenze sfavorevoli che la vita cerca di frapporre tra noi e la nostra corsa. Parliamo di cose che tutti ben conosciamo: dall’alimentazione non sempre ottimale, al riposo che scarseggia, ai problemi sul lavoro, al meteo incerto, alla morosa che ti tiene il muso per quella risposta brusca che le hai dato ier sera prima di addormentarti.
Diversamente, più ti sei allenato in settimana, più ti senti bene e motivato, più sarai determinato a goderti quel momento e uccideresti chiunque pur di non fartelo rovinare.
Sabato mattina ero in uno stato di grazia, di quelli che ti capitano, se ti va bene, una sola volta al mese. Avevo dormito ottimamente, fatto colazione alle nove per uscire verso le undici, addirittura in anticipo sulla solita tabella di marcia che non mi vede fuori di casa prima di mezzogiorno e avevo addirittura preparato il pranzo.
La consapevolezza di trovare qualcosa di buono da mangiare al ritorno mi dava l’assoluta certezza che quella mattina tutto sarebbe andato per il meglio.
Ero sul pezzo, quindi, concentratissimo. Fuori splendeva il sole anche se faceva un po’ freschetto. Le condizioni ideali per correre, insomma. Arrivo al parco, faccio chek-in su Forsquare, posto una fotina romanticamente autunnale su Path, parcheggio la bici legandola al solito bidone della spazzatura e, mentre inizio lo stretching, scelgo la traccia di Podrunner con i bpm giusti, resetto il timer dell’orologio da polso e imposto i settings di Nike+ sul mio smartphone. Tutto preciso, tutto secondo i piani. La vocina di Podrunner, dopo lo sproloquio iniziale, lascia il posto alla musica che entra con un delicato fade inondandomi le orecchie di suoni techno-tribali. Parto e sintonizzo le gambe su quel mood e pian piano so che si allineeranno anche il respiro e poi il cuore.
Il primo chilometro lo faccio in scioltezza. Mi godo il panorama, l’aria fresca, saluto con la mano le ochette del fiume che sembrano fare il tifo per me e scaldo i muscoli in attesa di passare ai prossimi mille metri. Non so per voi, ma per me il chilometro due è fondamentale ed è quello su cui si poggiano tutti i diecimila. Di solito è quello che infilo più velocemente e che stabilisce il ritmo di tutto l’allenamento. Se il due è abbastanza buono posso gestire con tranquillità il resto: posso tirare fino al cinque, rallentare e rifiatare al sei, recuperare all’otto e fare il dieci come se fosse in discesa. La settimana precedente avevo fatto il due a 4’ e 37’’ e avevo finito, per la prima volta in vita mia, sotto i 5’. Avevo un sacco di aspettative su questo due.
In un attimo mi trovo catapultato nel bel mezzo del mio orgasmo podistico quando, all’improvviso, l’imprevisto imprevedibile che non vorresti mai e poi mai ti investisse, non proprio ora, almeno, è lì beffardo che ti aspetta dietro la curva, aldilà della siepe che solitamente sfiori con la spalla per tenere la svolta stretta ed ottimizzare le traiettorie: la telefonata di tua madre.
Ora, povera donna, io ti capisco, hai un figlio a mille chilometri di distanza da casa e che non vedi da mesi ma ecco, tempismo zero. Inevitabilmente, la musica si interrompe e la concentrazione zen che avevi raggiunto va a farsi benedire nel Lambro, il passo rallenta e il fiato si inspessisce e inizi ad innervosirti, pensi per un attimo di non rispondere, ma son tre giorni che ti cerca e la carta te la sei già giocata troppe volte, poi pensi che magari, per lei, è proprio quello il momento più bello dell’intera settimana, il tempo che la fa star bene e che si é decisamente meritata.
Alla fine mi sono fermato, ho tolto le cuffie e ho risposto, l’ho salutata e lei mi ha sentito con il fiatone e le ho detto che stavo bene e che stavo correndo e se mi poteva chiamare più tardi.
In quel preciso istante, subito dopo aver riattaccato, mi pare di aver capito una cosa importante, che forse è l’essenza di tutto lo sbattimento che è la corsa, la mia corsa.
Correre per me va aldilà del tempo che ci metti per fare un chilometro, sempre più veloce, sempre con meno fatica rispetto a quello prima. La corsa, se fatta con passione, ti insegna a dare un valore diverso al tempo. I secondi, che nella quotidianità sembrano significare niente, se passati a fare quello che ti piace e ti rende felice, si piegano su sé stessi, si accumulano, diventano così intensi e pesanti da riuscire ad attrarre tutto quello che c’è intorno, come un buco nero. Un secondo, mentre corri, diventa pieno e infinito e quando ti fermi a riposare ti resta quella strana consapevolezza che anche oggi, per una oretta, sei riuscito a prendere in giro le leggi della fisica.
Correre è la cosa più vicina che conosca ad amare una persona.
per evitare quello che è successo a te, ogni volta che esco per andare a correre, metto il telefono in modalità aereo, in modo che nessuno rompa nell’unico ritaglio di tempo in cui sono io, la musica e la strada.
Non mi chiama mai nessuno! Non uso il telefono per telefonare, io!
neanche io lo uso mai per telefonare XD ma non voglio neanche che mi arrivino messaggi
amare significa dare ai propri genitori lo spazio che gli compete ,soprattutto se abiti a km di distanza. magari la santa donna vorrà solo sapere se questa mattina ai fatto colazione, ma a lei basta sentire la tua voce per stare bene
ciao
carmelo zito
non capisco il senso di portare con sé il telefono durante una corsa
Be’, sai, cose tipo le app, il gps, la musica. Robette che in effetti stanno tutte nel marsupio.
CIAO SONO LA MAMMA. HO LETTO TUTTO.
Ciao sono Zia!
Pensa quando ti devi fermare per un dolore, è molto peggio!
Ad ogni modo complimenti per i tuoi tempi…
In quel senso sono stato ancora abbastanza fortunato.
Dico solo: sindrome della benderella. Ti assicuro che è meglio la chiamata di mammà
E’ bello quando la corsa è un apriscatole. Mi è piaciuto leggere questo pezzo.